La carta geologica realizzata dall'Istituto di Geofisica di Postdam mostra il cratone dell'Archeano localizzato nel sud dell'India.
I continenti hanno tollerato miliardi di anni di sollecitazioni tettoniche e di deformazioni, ciononostante, esistono ancora oggi, a differenza della litosfera oceanica che a causa della subduzione ha un'età massima di 200 Ma. I continenti e i loro nuclei interni, o cratoni, sono molto più
spessi (> 175 km), e più antichi (> 2 miliardi di anni), più freddi
e più dinamici. Tuttavia, le caratteristiche fondamentali, come la dimensione e la forma, sono
ancora dibattute a causa delle grandi incertezze riscontrate nelle
misurazioni che risultano ingannevolmente dirette, per cui nel complesso appaiono complicate. I
cratoni continentali sono dei corpi rigidi composti da crosta e mantello,
il loro spessore è stato ritenuto correlato alla temperatura e si
estende fino a profondità che variano da 250 a 350 km. Nella pagina 580 di questo numero pubblicato su Science, Tharimena et al. (2017), gli scienziati hanno utilizzato la tecnica della sismica a riflessione all'interno di tutti i cratoni terrestri per rilevarne lo spessore. L'intensità osservata, suggerisce che, la base della placca cratonica, è
definita da una fusione parziale del mantello composto da silicati e
non dalla temperatura.
Serie temporale che mostra la posizione e l'evoluzione dei Trappi siberiani: A) Identificazione del bacino B) Fase iniziale di risalita magmatica C) Fase secondaria con riscaldamento diffuso e rilascio di gas a effetto serra (CO2, CH4) durante il contatto con le rocce metamorfiche D) Riduzione delle emissioni dei gas e aumento dei filoni costituiti da intrusioni che si ramificano da una massa magmatica e si diffondono nelle rocce circostanti in modo orizzontale. E) Declino ulterione delle emissioni dei gas e persistenza dei filoni.
L'immagine mostra la duranta temporale delle crisi biotiche in relazione alla durata delle emissioni delle Large Igneous Provinces (LIPs)
Le estinzione di massa sono state caratterizzate da
un crollo catastrofico della biosfera con una successiva riorganizzazione.
La loro natura brusca necessita di un innesco simile e di breve durata, in cui spesso é implicato il magmatismo delle province magmatiche (LIP). Tuttavia, l'attività delle grandi province ignee ha una durata maggiore rispetto alle estinzioni di massa. Pertanto,
se le grandi province ignee rappresentano un innesco efficace, per poter arrecare danni all'ambiente deve sussistere un
subintervallo di magmatismo. L'inizio
della più grave estinzione della Terra avvenuta al termine del Permiano, coincide
con un cambiamento repentino della posizione della grande
provincia ignea delle trappole siberiane contemporanee, dalle inondazioni alle intrusioni. Questo studio, S. D. Burgess et al., (2017), identifica come innesco dell'estinzione, l'aumento dei filoni costituiti dalle intrusioni che si ramificarono e si diffusero nelle rocce circostanti in modo
orizzontale FIG 1(D). Il
calore emesso da queste sabbie, espose i sedimenti fossili volatili e inattivi
liberando ingenti volumi di gas a effetto serra necessari per indurre
l'estinzione. Queste
osservazioni suggeriscono che le grandi province ignee formate
da sabbia sono più suscettibili nell'innescare catastrofi
e cambiamenti ambientali globali rispetto alle rocce basaltiche. Il
magmatismo delle (LIP) e le relative emissioni
dei gas a effetto serra hanno determinato l'innesco principale per tre
delle cinque principali crisi biotiche di Fanerozoico, di cui, l'evento nel Permiano rappresenta la più grave crisi biotica mai avvenuta, che caratterizzò l'evoluzione della vita sulla Terra 2,3,4. Sebbene
siano state proposte altre cause per l'estinzione finale di Permiano 5, la teoria della connessione causale tra il magmatismo delle LIP dei Trappi Siberiani e questa estinzione di massa detiene un ampio consenso. Questa
connessione causale tra i due fenomeni è sostenuta da prove con una coincidenza temporale
impressionante 4, 6,7,8, caratterizzata da una rapida introduzione degli isotopi di
carbonio nel sistema marino 8, 9e da un brusco aumento
della temperatura globale del mare di circa 10 °C 10. Queste evidenze indicano inequivocabilmente un impatto massiccio, di
breve durata, dei gas ad effetto serra (ad esempio, CO2, CH4) nell'atmosfera, che si pensa sia stato generato dal metamorfismo dei sedimenti crostali, verificatosi durante la diffusione del magma delle LIP 12, 13, oppure durante la fusione verificatasi alla base della litosfera14 . Tuttavia, ci sono tre problemi che complicano i legami causali proposti tra l'estinzione di massa e il magmatismo delle LIP. La prima è una disparità significativa nei tempi in cui si verificò il magmatismo delle LIP e l'estinzione di massa; Il
magmatismo durò tra i 500 Ka e 1 Ma, con esempi multipli che durano
fino a 50 Myr (Fig. 1) (Karoo-Ferrar), mentre l'estinzione di massa avvenne all'ordine di
<100 Ka 4, 8, 15,16,17,18 (Fig. 1). La seconda è la collocazone temporale relativa all'ubicazione gografica dele LIP e all'estinzione di massa. In alcuni casi, la formazione delle LIP ebbe inizio centinaia di migliaia di anni prima
dell'estinzione di massa, con scarse risposte negative percepibili nella
biosfera durante le voluminose eruzioni 4, 15, 19. In terzo luogo, non
tutti gli eventi delle LIP sono associati
a un cambiamento climatico significativo 20, 21. Dato che le LIP sono
composte da componenti ignei multipli (ad es. Rocce piroclastiche), spesso collocati in tempi diversi e su intervalli
variabili, in cui è necessario valutare criticamente l'aliquota del volume magmatico totale. Inoltre, quale tratto di questa porzione lo distingue dal volume magmatico rimanente? Il
volume responsabile deve essere dimostrato immediatamente prima e
possibilmente durante l'estinzione di massa e deve avere la capacità di
innescare un massiccio rilascio dei gas a effetto serra. La
geocronologia recente sulle trappole siberiane, il magmatismo delle LIP e
l'estinzione del fine Permiano hanno evidenziato un'associazione temporale
distinta tra questi due fenomeni, ma senza individuare in modo univoco e specifico il tasso di estinzione 4, 8. Questo
quadro temporale tuttavia consente una valutazione dettagliata della
relazione causale presunta tra il magmatismo e l'estinzione per determinare
quale subintervallo dei trappi siberiani ha indotto
l'estinzione di massa e perché questo particolare magma fosse così
mortale.
Nel Luglio del 2017, é stato pubblicato in un gruppo un articolo di climatologia dal titolo: Global Temperature Trends From 2500 B.C. To 2040 A.D. Inizialmente, sono stato attratto dalla grafica e dai colori, ma dopo qualche secondo ho capito che non aveva nessuna validità sotto il profilo scientifico. Ora, queste immagini, come tante altre, vengono utilizzate per dimostrare l'indimostrabile, alcuni confondono la scienza con la pseudoscienza. Questa infografica, e non grafico, é colma di errori grossolani: 1) I due autori non hanno pubblicato nella
didascalia neanche un riferimento bibliografico, e già questo sarebbe
sufficiente per capire che non é attendibile. 2)
Nell'asse dell'ordinata non sono stati specificati i valori della
temperatura 3) Quando si ricostruisce l'andamento di un
forzante radiativo in un grafico, in questo caso la t., l'oscillazione non é cosi lineare
e arrotondata come appare nella figura. 4) I due autori sono noti a
tutti nel settore della climatologia perché negano le cause antropiche
dell' AGW, 5) L'infografica vorrebbe dimostrare che le oscillazioni
della temperatura sono correlate a fenomeni naturali, questo é vero
prima delle attività umane ma non negli ultimi 130 anni (pubblicazioni NASA GISS). 6) Attribuire
il riscaldamento degli Oceani all'attività vulcanica e affermare che la
CO2 é un inquinante mi fa pensare che gli autori non possiedano neanche un minimo di
nozioni di fisica di base. La causa del riscaldamento degli Oceani é ormai nota in letteratura, Gleckler et al., (2012).
Questo invece é un grafico attendibile, infatti non é bello, ma questa é la scienza. Osservate come l'oscillazione temporale della t. risulti frastagliata. Il grafico mostra le variazioni della temperatura degli ultimi 2000 anni rispetto alla media
del 1961-1990, basata su dati proxy (anelli degli alberi, carotaggi di
ghiaccio e coralli) e sui dati moderni rilevati dal termometro.Negli
ultimi due millenni, il clima si è riscaldato e raffreddato, ma non risultano precedenti episodi di riscaldamento così intensi
e rapidi come gli ultmi 130 anni.Questo grafico di Fiona Martin, della Sezione di Paleoclimatologia della NOAA, é stato adattato dalla Figura 34.5 nella Conferenza Nazionale del Clima, sulla base dei dati dello studio di Mann et al., (2008).
Osservazione della variazione di salinità effettuata nel Canale di Sicilia tra il 1992 e il 2017 a 400 metri di profondità.
Nella figura A sono evidenziate le varie misurazioni della profondità: nell'area gialla l'acqua é più profonda, nella rossa è ad un livello intermedio. Le frecce indicano la direzione della circolazione, l'area arancio indica una maggiore salinità.
Il
Mar Mediterraneo è un mare geograficamente marginale di media latitudine particolarmente sensibile al cambiamento climatico, come é stato dimostrato da due recenti studi pubblicati su Scientific Reports a cui hanno partecipato anche il CNR-ISMAR, la National Oceanography Centre (Noc) di Southampton (Uk) e l'Institut
National des Sciences et Technologies de la Mer (Instm) di Salamboo
(Tunisia):Schroeder K. et al., (2015), K. Schroeder et al., (2017). Il
Canale di Sicilia è un punto di strozzatura che separa il mare in
due bacini principali: il Mediterraneo orientale, che ha un fondale frastagliato dominato dal sistema della dorsale Mediterranea, e il Mediterraneo
occidentale, delimitato dal canale di Sicilia e caratterizzato da ampie piane abissali. Nello studio del 2017, Schroeder e i colleghi hanno analizzato i dati a lungo termine del canale
della Sicilia (1993-2016), inerenti alle
proprietà termoaline dell'acqua situata ad una profondità intermedia. I ricercatori hanno scoperto che la tendenza é caratterizzata da un aumento di temperatura e di
salinità molto più intenso di quella osservato alle stesse profondità in tutti gli Oceani terrestri. Per ulteriori approfondimenti leggere il Comunicato Stampa del CNR.
Sellers et al., (2017) hanno descritto su PeerJ due studi sulla biomeccanica locomotoria del T. rex. Il Tyrannosaurus
rex è stato uno dei più grandi predatori terrestri bipedi che sia mai esistito, e in
quanto tale, rappresenta un modello biologico utile per la comprensione
degli adattamenti morfofunzionali e dei vincoli dovuti alle dimensioni del
corpo (Brusatte et al., 2010). La
capacità di correre del T. rex e di altri dinosauri di notevoli dimensioni è
stata fortemente discussa in letteratura (Bakker, 1986; Hutchinson &
Garcia, 2002; Paul, 1998; Paul, 2008; Sellers & Manning, 2007) come gli
stili di vita e i comportamenti dei grandi dinosauri teropodi
(Bakker, 1986; Carbone, Turvey & Bielby, 2011; Farlow, 1994; Holtz
Jr; 2008; Paul; 1998; Paul; 2008; Ruxton & Houston, 2003). Tuttavia, nonostante un secolo di ricerca, dal lavoro di Osborn (1916)
sull'anatomia degli arti dei tirannosauri, non resta un consenso su una velocità massima più precisa per il T. rex. Studi anatomici (Bakker, 1986; Paul, 1998; Paul, 2008), tra
cui alcuni che impiegano un certo grado di metodi quantitativi
biomeccanici (Paul, 1998), hanno proposto una velocità molto più elevata (fino a
20 ms-1) che corrisponde ad un alto livello atletico, nonostante la mole di questi teropodi. Questi
studi citano gli arti lunghi e gracili del T. rex come una caratteristica
adattabile chiave che indica un solido rapporto (Christiansen, 1998) con queste
velocità assolute (Bakker, 1986, Paul, 1998, Paul, 2008) (People & Currie, 2011).Al
contrario, alcuni approcci biomeccanici più diretti e quantitativi hanno
favorito delle velocità intermedie (Farlow, Smith & Robinson, 1995; Sellers &
Manning, 2007) o velocità molto più ridotte per il T. rex,
includendo nella loro gamma predittiva un'incapacità di raggiungere la
vera corsa (Gatesy, Baker & Hutchinson, 2009; Hutchinson, 2004b; Hutchinson & Garcia, 2002). Gli
approcci biomeccanici sottolineano i principi ben noti
(Biewener, 1989, Biewener, 1990) come quello classico che, maggiore é il peso minore sarà la velocità, Alexander, 1977; Alexander & Jayes, 1983; Marx, Olsson & Larsson, 2006; Medler, 2002).I
modelli biomeccanici incorporano intrinsecamente caratteri anatomici
(ad esempio, proporzioni degli arti) su cui si basano valutazioni
qualitative più tradizionali, ma richiedono anche definizioni
quantitative per i parametri del tessuto molle associati alla
distribuzione di massa e alle proprietà muscolari. Questi
parametri del tessuto molle non si sono quasi mai conservati nei fossili
di dinosauro e quindi devono essere stimati indirettamente. In
genere i limiti minimi e massimi posti su tali parametri, sono stati ricavati in base
ai dati degli animali vivi (Hutchinson, 2004a, Hutchinson, 2004b,
Hutchinson & Garcia, 2002) e/o modelli di computer aggiuntivi
(Bates, Benson e Falkingham, 2012; Hutchinson et al., 2005; Sellers et al., 2013).Tuttavia,
questi approcci producono campi molto ampi per i parametri del tessuto
molle nei dinosauri che si traducono direttamente in valori imprecisi
per le stime delle prestazioni, come la velocità di esecuzione (Bates et
al., 2010). Così,
mentre gli approcci biomeccanici sono più espliciti e diretti dalla
loro inclusione di tutti i principali fattori anatomici e fisiologici
che determinano la capacità di corsa, la loro utilità all'interno della
paleontologia in generale è stata gravemente limitata da elevati livelli
di incertezza associati ai tessuti molli. Di conseguenza, le stime per la velocità di marcia del T. rex ricavate dai modelli
biomeccanici variano da 5 a 15 m/s (Gatesy, Baker & Hutchinson,
2009, Hutchinson, 2004b, Hutchinson & Garcia, 2002, Sellers &
Manning, 2007). Una
soluzione sarebbe quella di trovare le informazioni in una morfologia scheletrica
conservata che potrebbe essere usata per ridurre la dipendenza predittiva dei
modelli biomeccanici sui tessuti molli. È
stato recentemente suggerito che il carico osseo possa essere
utilizzato per migliorare la ricostruzione degli apparati locomotori dei vertebrati
fossili escludendo gli attacchi che portano a carichi scheletrici
eccessivamente elevati (Sellers et al., 2009).È
molto probabile che in molti casi gli scheletri dei vertebrati
si siano ottimizzati per le prestazioni locomotorie in modo tale che le
sollecitazioni di picco potessero raggiungere il 25-50% della loro limite, indicando un fattore di sicurezza tra due e quattro
(Biewener, 1990). Esistono
rare eccezioni in cui le ossa lunghe sono notevolmente più forti
di quelle richieste (Brassey et al., 2013a), ma in generale questo
compromesso tra massa corporea e capacità portante sembra essere un
adattamento anatomico diffuso che si riscontra negli invertebrati e nei
vertebrati (Parle, Larmon & Taylor, 2016).Le
nostre precedenti simulazioni di locomozione bipede dei teropodi (Sellers
& Manning, 2007), non considerano direttamente il carico scheletrico,
ma calcolano le forze di reazione congiunte che
possono essere utilizzate direttamente per stimare il carico osseo
utilizzando la metodologia meccanica (Brassey et Al., 2013c). Tuttavia, lo studio conclude e dimostra che, includere molteplici modalità fisiche migliora le ricostruzioni della biologia locomotoria
degli organismi antichi e suggerisce una migliore comprensione dei
vincoli meccanici connessi alle grandi dimensioni del corpo. Quindi, questo lavoro pubblicato su PeerJ, per poter essere convalidato appieno, dovrebbe essere confrontato con altri studi sperimentali effettuati sulle specie bipedi esistenti.
Le Orgue di
Ille-sur-Têt sono dei rilievi rocciosi, conosciuti in inglese come badlands, situati nei pressi dei Pirenei
orientali della Francia meridionale.Questi
affioramenti di argilla si sono depositati circa 4-5
milioni di anni fa e sono stati scolpiti principalmente dalle intense precipitazioni e dalle inondazioni. Riferimento: Orgues of Ille-sur-Têt Badlands - NASA EPOD.
Le
estati sulla Terra sono già più calde di quanto dovrebbe essere, e diventeranno più calde entro la fine del
secolo se l'immissione dell'anidride carbonica continuerà ad aumentare. Questo problema sarà sentito più intensamente nelle città. La crescita rapida e incontrollata della popolazione mondiale associata all'effetto
urbano dell'isola di calore renderà le città molto calde con temperature medie che aumenteranno di circa di 7,8 °C. Attualmente,
circa il 54 per cento della popolazione mondiale vive nelle città, e
entro il 2050 la popolazione urbana dovrebbe crescere di 2,5 miliardi di
persone. Questo a sua volta rappresenta una minaccia la salute pubblica e per l'economia. Per
illustrare il futuro delle città e le scelte che le autorità preposte dovranno affrontare, Climate Central ha realizzato un grafico interattivo in collaborazione con l'Organizzazione Meteorologica Mondiale, che mostra come potrebbero essere in futuro le temperature durante l'estate in ciascuna di queste città, confrontandole con altre città poste ad una latitudine diversa. Ad esempio, lo scenario peggiore, attribuisce alla mite città di Ottawa in Canada, un clima tropicale uguale alla città di Belize entro il 2100. L'area che comprende le montagne nei pressi di Kabul in Afghanistan, potrebbe diventare come la costa di
Colombo in India. Il Cairo che é già caldo, potrebbe raggiungere temperature come Abu Dhabi. La
temperatura media del terreno è destinata a salire di 8,6 °C, ma a causa delle ubicazioni geografiche, alcune città si riscalderanno
molto di più. Sofia, in Bulgaria, subirà la variazione termica più importante a livello
globale, con temperature che aumenteranno di quasi 8 °C entro
il 2100. Questo renderebbe le sue estati più simili a quelle di Port Said in
Egitto. Napoli raggiungerà i 33,7 °C come il Cairo. Torino raggiungerà, dagli attuali 20,3 °C, i 27,5 °C. Quindi entro il 2100 le temperature estive nei centri urbani in Italia potrebbero raggiungere una media di 32/33 °C. Affrontare
un caldo meno estremo rende l'adattamento più facile e meno costoso. Ecco perché migliaia di sindaci di tutto il mondo si sono uniti e impegnati per ridurre le emissioni delle rispettive città.
La Roccia o Rocca di Gibilterra è un promontorio il cui
crinale principale é caratterizzato da una cresta con cime che si ergono fino a 400 m
sopra il livello del mare. Questo monolite formato da calcari e da dolomiti del Giurassico inferiore,Rodrıguez-Vidal J. et al., (2004)é un prolungamento roccioso costituito da una piega rovesciata. Gli
strati sedimentari più antichi che compongono la Roccia di Gibilterra sovrastano quelli più recenti. Questi
strati, che sono notevolmente fagliati e deformati, fanno parte della Formazione di scisto della Baia Catalana (più recente), la Formazione di scisto della Piccola Baia (la
più antica) e la Formazione della Scala Dockyard (età sconosciuta). Sebbene sia una formazione costituita prevalentemente
da scisto, contiene anche unità
spesse composte da arenaria marrone di origine calcarea e arenaria scura
morbida intercalata da calcare blu, grigio-verde intarsiato con grigio scuro. La formazione della scisto della Baia Catalana contiene frammenti di spine fossili di Echinoidea
non identificabili, frammenti di Belemniti e rari Ammoniti, Rose, E. P. F. & M. S. Rosenbaum (1991).I
fossili includono anche vari Brachiopodi, Coralli, Gasteropodi, Pelecipodi e Stromatoliti.
Nelle foto possiamo ammirare gli effetti delle variazioni eustatiche del Mediterraneo costituite da un'alternanza ciclica di calcilutiti e marne calcilutitiche a microforaminiferi della Formazione Trubi situata in località Scala dei Turchi ad Agrigento, lungo la costa tra Realmonte e Porto Empedocle. Questa formazione geologica che risale al Pliocene, di origine pelagica, é costituita prevalentemente dai gusci carbonatici di microfossili, nello specifico Foraminiferiplanctonici (globigerine), depositatisi per decantazione in un fondale marino profondo. La parte più antica di questa deposizione che risale al Miocene superiore, riguarda la successione del Messiniano, costituita da strati di gesso che documentano un rilevante episodio di evaporazione. I depositi plio-pleistocenici in Sicilia sono distribuiti prevalentemente nel settore centro-orientale dell’Isola (“Bacino di Caltanissetta”). Sul bordo settentrionale del “Bacino di Caltanissetta” sono riconoscibili tre cicli sedimentari, di cui il più antico comprende sostanzialmente i Trubi, ed è riferibile al Pliocene inferiore. Tale successione, dal carattere marcatamente regressivo, appartiene ad un intervallo cronologico che va dal Piacenziano al Calabriano. I Trubi sono costituiti da un’alternanza ciclica di marne e calcari (fig:1,2,3) di colore variabile che vanno dal bianco al crema al giallastro o al bruno, con ricco plancton calcareo, in strati generalmente piano-paralleli spessi mediamente 20cm, localmente anche metrico. Lo spessore complessivo della formazione può raggiungere il centinaio di metri. Alla base localmente è presente un orizzonte clastico, noto col termine di Arenazzolo, e la cui composizione dipende essenzialmente dai termini del substrato. Le associazioni a foraminiferi sono caratterizzate, nei livelli basali della successione.Il contenuto faunistico è ben conservato e diversificato. Le associazioni a foraminiferi sono caratterizzate, nei livelli basali della successione, da Sphaeroidinellopsis seminulina e Globorotalia margaritae (Biozona MPl2 di CITA, 1975) e nei livelli sommitali da G. margaritae e G. puncticulata (Biozona MPl3). Le associazioni a nannofossili sono caratterizzate da Calcidiscus leptoporus, C. macintyrei, Discoaster brouweri, D. pentaradiatus, D. surculus, Helicosphaera carteri, H. sellii, Reticulofenestra pseudoumbilicus, Sphenolithus spp. (biozone MNN12-MNN13 di RIO et alii, 1990). RIFERIMENTO: GEOLOGIA DELLA SICILIA - IL DOMINIO OROGENICO - ISPRA.
Variazione del livello dei mari durante il Pliocene-Miocene. Haq et al., (1987).
Un nuovo studio pubblicato su Nature Chiodini et al., (2017), dimostra che la sismicità di fondo nei Campi Flegrei aumenta in relazione alla deformazione del suolo e alla concentrazione dei gas fumaroloci. L'aumento dell'attività sismica nel tempo è ampiamente correlata ai risultati delle recenti
simulazioni ottenuti eseguendo la modellazione dell'iniezione di fluidi magmatici nel sistema
idrotermale dei Campi Flegrei. Queste
variazioni indicano che esiste un unico processo inerente all'incremento della
pressione della temperatura del sistema idrotermale che controlla i segnali
geofisici e geochimici nella caldera. I risultati dei ricercatori mostrano, quindi, che i dati sul monitoraggio della sismicità di
fondo risultano essere un ottimo parametro per controllare l'attività vulcanica della Caldera. Le
deformazioni della terra, la sismicità e le variazioni geochimiche sono
osservazioni indipendenti, ma mostrano lo stesso schema temporale. Esse indicano quindi un processo unico che controlla la crisi in atto dei CFc. Ogni
osservazione, in particolare il segnale sismico, ha un ottima
correlazione con i risultati (massa dei fluidi iniettati e temperatura)
del modello termofluidodinamico e delle ripetute iniezioni di fluidi
magmatici ad alta temperatura nel sistema idrotermale che alimenta le
fumarole della Solfatara. Queste
correlazioni sono rilevanti e sicure, in quanto i dati sismici, i dati
geodetici e i rapporti tra CO/CO2 non sono stati utilizzati per limitare il
modello numerico.
Betelgeuse fotografata in alta risoluzione per la prima volta.
Questa immagine ad alta risoluzione del telescopio Atacama Large Millimeter/submillimeter Array (ALMA), mostra un confronto tra Betelgeuse, il Sole al centro, Mercurio, Venere, la Terra, Marte, Giove e Saturno e le relative distanze.
Betelgeuse è una supergigante rossa in una fase avanzata della sua evoluzione, gli scienziati non sanno ancora con esattezza quando esploderà diventando una supenova. Quando si verificherà questo evento, l’esplosione sarà visibile
fino alla Terra anche di giorno. Betelgeuse atttualmente, risulta una delle stelle note più grandi, con un raggio maggiore di 1400 volte rispetto a quello del Sole.
E' posizionata ad una distanza di circa 600 anni-luce, nella costellazione di Orione (il cacciatore). Il fatto che la supergigante rossa fonda l'idorgeno in elio molto intensamente, spiega la sua 'breve' vita ed evoluzione. Gli scienziati hanno calcolato che esiste da circa 8 milioni di anni di anni. Riferimento: Betelgeuse ripresa da ALMA - ESO.
Nel diagramma di Hertzsprung-Russell Betelgeuse è stata ubicata nel ciclo evolutivo delle supergiganti rosse. Fonte: Hertzsprung-Russell Diagram - ESO.
Le estinzioni di massa rappresentano un modello importante nella macroevoluzione. A
causa della loro frequenza, rapidità e degli effetti globali, hanno modellato
la biodiversità sulla Terra per diverse volte durante le varie Ere geologiche. Come
fattore integrativo nei confronti dei processi microevolutivi, le estinzioni di massa sono dovute ad
un probabile insieme di cause: intense eruzioni basaltiche,
impatti di asteroidi/meteoriti, cambiamenti climatici globali, glaciazioni e deriva dei continenti. Recentemente é stata proposta un'analogia
confrontando i tassi e le quantità delle estinzioni con il numero di perdite delle specie viventi. Negli ultimi secoli e
millenni, stiamo osservando una tendenza simile, infatti, sebbene l'estinzione sia un fenomeno naturale che si verifica circa una o cinque volte all'anno per ogni specie, gli
scienziati stimano che ora stiamo perdendo le specie ad un tasso che risulta da 1.000 a 10.000
volte maggiore, con dozzine di specie che si estinguono
ogni giorno, Chivian, E. and A. Bernstein (2008). Se la riduzione delle specie continua con questa rapidità, entro il 2050 si estingueranno dal 30 al 50 percento
di tutte le specie viventi, D. Thomas et al., (2004). Tuttavia, uno studio publicato sui PNAS rivela che dal 1900 al 2015 le specie animali si siano già dimezzate. Secondo un gruppo di illustri evoluzionisti come Edward O. Wilson e
Niles Eldredge, esistono le prove del fatto che gli esseri umani stiano
causando la cosiddetta "Sesta Estinzione di Massa". Il termine Antropocene, che non é stato ancora ufficialmente approvato dalla Commissione Internazionale di Stratigrafia, inventato da Eugene Stoermer e utilizzato nel 2000 dal Nobel per la chimica Paul Crutzen, significa anche che, l'Homo sapiens è diventato il predatore dominante all'apice della catena alimentare. Questo si evince dalle varie attività umane: la frammentazione degli
habitat, la sovrappopolazione, l'inquinamento chimico, l'inserimento delle specie
invasive in ecosistemi estranei, l'eccessivo sfruttamento delle risorse nella caccia e nella
pesca, hanno prodotto le condizioni che precedono una grave crisi biologica.
Secondo
uno studio pubblicato su Nature nel marzo 2011, la sesta estinzione di massa è già in corso, ciò si potrebbe verificare in pochi
secoli, se non venissero introdotte delle norme atte a tutelare le specie che attualmente sono in pericolo, Barnosky et al., (2011). In questo studio, presentato nel 2013 da Telmo Pievani all'Accademia dei Lincei, gli scienziati discussero su dei dati elaborati appositamente per le estinzioni di massa, la ricerca si é basata sull'ipotesi che questi modelli
macroevolutivi possano essere prodotti da tre cause principali e in condizioni simultanee.
Le Montagne Rocciose canadesi sono composte da rocce sedimentarie: scisto, arenaria, dolomite e calcare 1 . La
stragrande maggioranza delle formazioni geologiche di Banff variano dal Precambriano al Giurassico 600-145 Ma 2 . Tuttavia,
le rocce più recenti come quelle del Cretaceo inferiore 145-66 Ma si trovano
nei pressi dell'ingresso Est e sulla Catena delle Cascate sopra il centro
cittadino di Banff 3.Queste rocce sedimentarie costituivano il fondale di un mare poco profondo tra 600 e 175 Ma e subirono la spinta tettonica verso Est depositandosi sopra le rocce più recenti durante l'Orogenesi Laramide. L'intera struttura di cui é formata la montagna nel Parco Nazionale di Banff concluse la sua evoluzione circa 55 Ma 4.
Lago di Jack e Monte Rundle, foto di Wing Chi Poon.
Questa animazione realizzata da Cindy Starr della NASA GSFC, mostra una nuova mappa in 3D degli strati di ghiaccio
della Groenlandia e descrive i tre diversi
periodi climatici che hanno caratterizzato gli ultimi 90,4 mila anni.Per quasi un secolo gli scienziati hanno studiato la morfologia e il flusso del ghiaccio della Groenlandia, misurando con i Satelliti e con appositi strumenti caricati a bordo sugli aerei, le variazioni dello spessore del ghiacciaio. Bibliografia: MacGregor, J.A., M.A. Fahnestock, G.A. Catania, J.D. Paden, S.
Gogineni, S.K. Young, S.C. Rybarski, A.N. Mabrey, B.M. Wagman and M.
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( http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/2014JF003215/abstract ).